Senza polis
«Qui non si parla di politica»
Nell’epoca fascista, sui muri dei locali pubblici compariva la scritta, «Qui non si parla di politica. Si lavora.» anche nella versione più estesa «Qui non si fanno previsioni né discussioni di alta politica o di alta strategia. Si lavora.» ovvero in una modalità ancora più esplicita «Sono vietate le discussioni politiche».
Di questi tempi, non c’è bisogno di scriverlo sui muri: come in molti altri casi, una forma di censura ce la siamo imposti da soli. Non c’è bisogno di propaganda di regime o di divieti diretti. Di politica sempre più persone non si occupano più.
Scompaiono le discussioni e addirittura scompaiono gli stessi luoghi dove farle.
Ha fatto molto discutere, nelle ultime settimane, una ricerca del Centre pour la recherche économique et ses applications pubblicata il 30 gennaio 2026, a cura di Hugo Subtil: sostiene che in Francia la scomparsa dei bar-tabac, dei bar tabacchi – o se preferite, traducendo, dei bar sport (ricorre quest’anno il cinquantesimo del libro di Stefano Benni ed è passata davvero un’eternità) – abbiano accompagnato e in qualche modo determinato la crescita dell’estrema destra.
I ricercatori hanno sovrapposto le mappe della chiusura dei luoghi di socialità e della progressiva affermazione del Rassemblement National – trovando convergenze e rilevando una correlazione ancora più marcato nei piccoli centri rurali della provincia, via via che essa si fa più profonda e, insieme, distante dalle città capoluogo. Per capire le proporzioni del fenomeno, dal 2002 al 2022 i bar-tabac sono diminuiti di 18.000 unità.
Ha scritto Subtil:
È in gioco è una questione più ampia: l’erosione dei legami sociali quotidiani e “in presenza”.
Quando chiude un luogo di ritrovo, non è solo un attività commerciale che scompare: è uno spazio di connessione sociale, discussione, diversità di opinioni che viene a mancare.» I risultati sono: «meno scambi, più solitudine e isolamento e la politica che si riduce a un confronto uno contro uno con le narrazioni nazionali». E quando non ci sono più luoghi per discuterne la politica diventa un faccia a faccia tra l’individuo isolato e les grands récits médiatiques – e in questo faccia a faccia, i discorsi che offrono delle risposte semplici godono di un vantaggio strutturale.
In aggiunta, l’estrema destra è riuscita a politicizzare questo sentimento di abbandono territoriale, costruendo un discorso sui “dimenticati” e sul “declino della Francia”.
Al di là del dato in esame, la riduzione delle occasioni di socialità e dei luoghi che le rendevano possibili ci dice soprattutto che è la politica che si è ritirata, individuando “soluzioni” facili – attraverso il messaggio televisivo e poi le piattaforme – e ha rinunciato a “radicarsi” (parola parecchio retorica che andava molto di moda a cavallo del secolo e che oggi è sparita da ogni analisi). Vale per i partiti e per tante associazioni di massa.
Se pensiamo a Jürgen Habermas – si vedano le due premesse e la prima parte di Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica – che collegava la nascita stessa dell’opinione pubblica ai caffè e ai salotti borghesi del Settecento, che avevano preso via via il posto delle corti dei signori e dei sovrani che dal Rinascimento avevano ospitato le discussioni in campo culturale e politico, tutto ciò fa riflettere profondamente. Anche perché al contempo si andava sviluppando un primo embrione di opinione pubblica, in quella sfera che da piccola (intima, potremmo dire) si estendeva sempre di più, attraverso la stampa di testi di grande diffusione, accessibili a un numero crescente di persone. Il confronto che ne nasceva, insieme alle discussioni pubbliche a cui portava, contribuiva alla crescita dello spirito critico e del “senso” democratico.
Ora ci troviamo di fronte a una prepotente inversione, sia dei luoghi della socialità e del dibattito, sia, come scriveva Neil Postman ormai quaranta’anni fa in Divertirsi da morire, del ruolo che la stampa ha vieppiù assunto nei confronti della democrazia moderna. Lo stesso teorizza James Marriott in un articolo che ha avuto fortuna, su Substack.
Ne ho scritto ne Il rifugio dei libri proibiti, pensando a quella forma di censura che non ha nemmeno bisogno dell’autoritaritarismo del potere ma che imponiamo a noi stessi (come già dicevamo, per certi versi, per quanto riguarda l’astensionismo e la nostra considerazione più generale della politica).
La stampa aveva, dal Cinquecento in poi, dato forza alla democrazia e forma al dibattito pubblico, all’insegna di una potente emersione dello spirito critico, e i libri, che hanno conosciuto da allora una enorme diffusione, hanno contribuito a strutturare la nostra argomentazione, diffondendo idee, offrendo riferimenti, consentendo una conoscenza approfondita delle dinamiche sociali e delle proposte politiche stesse: «Il mondo della stampa è ordinato, logico e razionale. Nei libri, la conoscenza è classificata, compresa, connessa e messa al suo posto. I libri argomentano, propongono tesi, sviluppano idee.» Le cose sono totalmente cambiate con quella che Marriott definisce la «rivoluzione dello schermo» ovvero una vera e propria «controrivoluzione» che «rappresenta il più grande furto di conoscenza ai danni delle persone comuni nella storia»: «una persona trascorre sette ore al giorno fissando uno scherzo. Per la Generazione Z, la cifra è di nove ore.» «La trasmissione del sapere», conclude Marriott, «si sta disgregando sotto ai nostri occhi.»
Marriott è tranchant: c’è un parallelismo tra le pagine a stampa che «hanno inferto il colpo di grazia al decadente mondo feudale» e «lo schermo» che «sta distruggendo il mondo della democrazia liberale». L’orizzonte, per Marriott, è quello di «una seconda era feudale», accompagnato con buona probabilità da «una politica che va oltre la nostra immaginazione».
Qualunque cosa accada, stiamo già assistendo al dissolversi del mondo che un tempo conoscevamo. Niente sarà più lo stesso. Benvenuti nella società post-alfabetizzata.
La lettura si riduce, in quantità e soprattutto in qualità.
Leggiamo coriandoli di contenuto, spesso scollegati gli uni dagli altri, senza poter verificare le fonti e virando immediatamente verso l’intrattenimento anche quando si tratta di temi complessi e che necessiterebbero un notevole approfondimento e un confronto con le opinioni altrui, che viene a mancare, se non sotto la forma espressiva tipica delle curve degli stadi.
La questione della lettura, libera e consapevole e profonda, è per più ragioni collegata a doppio filo alla qualità della vita democratica, rispetto alle forme di censura dirette o indirette, rispetto alla riduzione della disponibilità alla lettura e quella contestuale alla socialità, alla perdita di concentrazione dei lettori di ogni età e all’aumento della concentrazione (curioso che si usi lo stesso termine) del potere editoriale in poche mani.
Vi è una forte relazione tra la riduzione della concentrazione, l’abbassarsi della soglia di attenzione, l’abitudine a contenuti liofilizzati e il decadimento del nostro dibattito pubblico.
La lettura del giornale, che da Hegel in poi si suole considerare preghiera laica mattutina, è stata sostituita da una infinita giaculatoria di contenuti che ci accompagnano tutto il giorno, dall’alba al tramonto – e anche oltre. Anche le edicole si estinguono, oppure mutano forma, e si riempiono di oggetti che non hanno nulla a che vedere con la lettura. «Giornali» sì, ma solo sull’insegna.
La stessa possibilità di pensare è messa in pericolo. Non pensiamo, potremmo dire, ma siamo pensati, sulla base dei mille contenuti che ci attraversano. E ciò non può che nuocere alla politica, al pensare politicamente, a sviluppare pensieri e progetti di lungo respiro. E a farlo collettivamente. È una visione, più che una lettura, che oltretutto ci attrae, ci assorbe e ci inghiottisce, spesso sostituendo l’azione o, peggio, inibendola.
È il contesto di cui stiamo parlando.
È stato ripreso più volte, negli ultimi mesi, l’articolo di Mary Harrington per il NYT, «Thinking Is Becoming a Luxury Good». Perché ancora una volta la questione si complica più si scendono i gradini della scala sociale.
Ciò che però non si considera è che, proprio come gli impatti negativi sulla salute del consumo eccessivo di cibo spazzatura, i danni cognitivi dei media digitali saranno più pronunciati nella fascia più bassa della scala socioeconomica. Alfabetizzazione e povertà sono da tempo correlate. Ora i bambini poveri trascorrono più tempo davanti agli schermi ogni giorno rispetto a quelli ricchi: in uno studio del 2019, circa due ore in più al giorno per i preadolescenti e gli adolescenti statunitensi le cui famiglie guadagnavano meno di 35.000 dollari all’anno, rispetto ai coetanei il cui reddito familiare superava i 100.000 dollari.
Per dirla senza mezzi termini: fare scelte cognitive sane è difficile. In una cultura satura di forme di intrattenimento più accessibili e coinvolgenti, l’alfabetizzazione di lunga durata potrebbe presto diventare appannaggio di sottoculture d’élite.
Man mano che le nuove generazioni raggiungono l’età adulta senza aver mai vissuto in un mondo senza smartphone, possiamo aspettarci una stratificazione culturale sempre più evidente. Da un lato, un gruppo relativamente piccolo di persone manterrà, e svilupperà intenzionalmente, la capacità di concentrazione e di ragionamento a lungo termine. Dall’altro, una popolazione generale più ampia sarà di fatto post-alfabetizzata, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la chiarezza cognitiva.
Quali sono e quali saranno in futuro le ricadute politiche, si chiede Harrington?
Cosa succederà se tutto questo si realizzerà pienamente? Un elettorato che ha perso la capacità di pensare in modo approfondito sarà più tribale, meno razionale, in gran parte disinteressato ai fatti o persino alle questioni di documentazione storica, mosso più dalle vibrazioni che da argomentazioni convincenti e aperto a idee fantasiose e bizzarre teorie del complotto. Se questo vi suona familiare, potrebbe essere un segno di quanto l’Occidente abbia già percorso questa strada.
Come già per il voto e i fenomeni di assenteismo, ancora una volta chi sta sotto, chi vive nella povertà o a rischio di povertà, sembra intrappolato in una condizione dalla quale fatica e faticherà sempre più a uscire, privato degli strumenti cognitivi e culturali prima che politici. Ciò ovviamente sottrae energie e forza al cambiamento, perché i soggetti che se ne avvantaggerebbero, sono esclusi e sono portati a autoescludersi ancora di più.
Si va a comporre un contesto in cui la politica è spinta sempre più sullo sfondo, fino a scomparire.
Siamo “senza polis”, potremmo dire, apolidi proprio sotto il profilo politico: vanno diminuendo i riferimenti, i luoghi, le occasioni di confronto, l’approfondimento e l’argomentazione. E ciò colpisce sempre di più le fasce più deboli. Proprio quelle che avrebbero più motivi di reagire contro le storture del sistema e le ingiustizie che porta con sé. Che non ci provano nemmeno più a entrarci, nella polis: la guardano ogni giorno in modo più distratto, non si fidano e la capiscono sempre meno.
Ci si rende conto che la democrazia, sotto attacco da parte delle democrature e dalle torsioni autoritarie che osserviamo e che subiamo quotidianamente, si stia sfarinando. Ciò che accade in alto, accade in basso, in un processo che sembra destinato a peggiorare, proprio perché cause diverse convergono e si rilanciano tra loro.
Non c’è un’unica soluzione ma già porsi il problema sarebbe un primo passo. E non si tratta di tornare indietro al bar dello sport o, per quelli di sinistra, alle case del popolo ma di provare a costruire ambiti di discussione più accoglienti, da una parte, e di offrire soluzioni documentate e rappresentative, soprattutto per chi è escluso o in via d’esclusione.
Chi l’ha detto che non si possa “stare” sulle piattaforme social con contenuti e dossier approfonditi? Perché stanno tutti dietro a uno strampalato menù del giorno senza spingersi più in là? Meno like (facili, oltretutto) e più sostanza (impegnativa) sarebbero già una piccola rivoluzione.
Chi l’ha detto che non si possano offrire inviti alla partecipazione, possibilmente in presenza, facendo sentire le persone protagoniste e destinatarie di proposte che possano migliorare le loro condizioni, cercando di rivolgersi così anche a chi si sente lontano anni luce dalla politica istituzionale?
Chi l’ha detto che non si possono cambiare i meccanismi democratici – che a volte lo sono pochissimo – che precedono le stesse tornate elettorali, puntando sulla chiarezza e sulla trasparenza, in una stagione di apertura in cui le scelte dei partiti consentano ai cittadini di scegliere davvero?
Chi l’ha detto che non si possa scrivere una storia diversa, fatta di parole chiare e precise (soprattutto se sono radicali devono esserlo), di cambiamenti non astratti ma fondati e comprensibili, in cui l’individuo possa sentirsi rappresentato perché meno solo nell’affrontare tutto quanto?
Quando la Follia entra in scena nell’opera di Erasmo si rivolge a un pubblico altrimenti cupo e pieno di ansia (come se fosse appena uscito dall’antro di Trofonio) e dice così:
Non appena mi sono presentata per parlare a questa affollatissima assemblea, di colpo tutti i volti si sono illuminati di non so quale insolita ilarità. D’improvviso le vostre fronti si sono spianate, e mi avete applaudito con una risata così lieta e amichevole che tutti voi qui presenti, da qualunque parte mi giri, mi sembrate ebbri del nettare misto a nepènte degli Dèi d’Omero, mentre prima sedevate cupi e ansiosi come se foste tornati allora dall’antro di Trofonio. Appena mi avete notata, avete cambiato subito faccia, come di solito avviene quando il primo sole mostra alla terra il suo aureo splendore, o quando, dopo un crudo inverno, all’inizio della primavera, spirano i dolci venti di Favonio, e tutte le cose mutando di colpo aspetto assumono nuovi colori e tornano a vivere visibilmente un’altra giovinezza. Così col mio solo presentarmi sono riuscita a ottenere subito quello che oratori, peraltro insigni, ottengono a stento con lunga e lungamente meditata orazione.
Un po’ di meraviglia, di sorpresa e di coraggio, ci vuole. Anche di follia, appunto.
Mamdani, che sembra aver colto questo approccio in una campagna appassionante e molto netta e conflittuale con lo status quo, ha parlato di «una città che ci possiamo permettere», una città insomma «abbordabile», ora tocca ritrovare «una politica che ci possiamo permettere» (e appunto «abbordabile») e che sia all’altezza di quell’urgenza che abbiamo descritto. Altrimenti senza politica e senza nemmeno più la polis, le cose sappiamo già come andranno a finire. Male.


Grazie mille, veramente bellissimo articolo, molto illuminante sulla società di oggi, lo trovo azzeccatissimo, anche nelle piccole e medie città di provincia dove non c'è più discussione e non c'è più confronto, anche io stesso mi trovo nella stessa situazione, non riesco più a parlare e confrontarmi con gli altri come facevo una volta, anche di politica e di problemi umani che ci accomunano. Grazie ancora, bravissimo!!
Mi è piaciuto molto il finale sulle (sto per scriverlo) “nuove sfide” della modernità. I discorsi da bar avvicinavano le persone, ma la loro scarsa complessità è diventata proverbiale. Nel Bar Sport andavano poco le donne, e dubito che Mamdani ci si sarebbe trovato a suo agio (spesso i bar sono divisi per origine e vocazioni dei clienti). Un corso di cyberpsicologia che facevo tempo fa rivendicava una realtà virtuale che era comunque una realtà, spesso così intrecciata a quella fisica (che percepiamo come “più reale”) da essere difficile da distinguere. Gli schermi ci sono, stiamoci. Usarli per dare informazioni corrette e incontrarci di persona? Proviamoci.