Karl Musk
(o Elon Marx, se preferite)
«Lavorare in futuro diventerà facoltativo».
«Ci sarà un reddito universale, ma non di base: un reddito universale elevato.»
«Chiunque potrà avere tutto ciò che desidera.»
Sono solo alcune delle frasi su cui Elon Musk sta tornando sempre più spesso, nei suoi numerosi interventi pubblici da visionario. E i toni si fanno sempre più enfatici, se è vero che qualche settimana fa Musk è stato ancora più esplicito, affidandosi a un forte determinismo.
Musk ha detto così:
If any of the things that we’ve said are true, saving for retirement will be irrelevant.
Age of Abundance isn’t vision. It’s physics. Economic laws executing whether you believe them or not.
5,000 days. Fourteen years. Global GDP uncaps. Production approaches infinite. Net worth as concept dies.
Only scarcity left is meaning. Money stops being the constraint.
Timeline is shorter than your brain accepts. Fourteen years. We transition from survival work to Universal High Income in that window.
Event horizon isn’t coming. You’re in it. Operating under old rules while ground disappears beneath you means you already lost.
Il suo “collega” Sam Altman ha rilanciato: l’intelligenza artificiale produrrà «un surplus economico gigantesco» e questa ricchezza «dovrà essere condivisa». E in generale anche molti altri capi delle grandi corporation sono sulla stessa linea.
La Silicon Valley pare la Lega dei Giusti.
E se Yanis Varoufakis ha recentemente parlato di Amazon e del suo algoritmo come realizzazione del sogno sovietico del Gosplan, qui si torna dritti dritti al 1848 o alla Comune di Parigi.
Certo, sono parole che vanno prese con beneficio d’inventario – dopotutto Musk è lo stesso che da anni annuncia come imminente la guida automatica e senza supervisione che però sembra non arrivare mai al dunque (e, nel frattempo, la “sua” Tesla sta andando in grande difficoltà).
Tempo fa, quando gli è stato chiesto cosa pensasse dei piani di Musk per colonizzare Marte, il grande divulgatore scientifico Neil deGrasse Tyson aveva risposto che se davvero avessimo la tecnologia per terraformare (il processo al momento teorico di trasformazione di un ambiente non adatto alla vita umana in uno adatto, su un pianeta che non sia la terra, da cui terraformare appunto) un pianeta ostile, allora perché non rendere più abitabile il nostro eliminando l’inquinamento e l’emergenza climatica?
Ciò nonostante, l’idea di essere alle soglie di un cambiamento epocale che i big della tecnologia amano così spesso evocare colpisce l’immaginario, e non potrebbe essere altrimenti.
È qui che il dibattito finisce per infilarsi in due opposti vicoli ciechi, tra chi come Musk descrive la realizzazione di un’utopia, senza però spiegare come dovrebbe funzionare, e chi invece si allarma per i posti di lavoro che saranno persi. Tutto qui?
Al tempo stesso, però, mentre il settore dell’IA cresce a dismisura e si indebita con il rischio di generare una bolla peggiore di tutte quelle precedenti, nessuno sembra farsi una fondamentale domanda: quali sono, esattamente, i vantaggi per l’umanità per i quali stiamo investendo così tanto? Ecco, questo dovrebbe essere il compito della politica.
Se, come dice Musk, già oggi metter da parte il necessario per godersi la pensione è inutile, e se di conseguenza – immaginiamo – il concetto stesso di lavoro salariato è prossimo a esser superato, esattamente come dovrebbe avvenire questa trasformazione?
Qualcuno ci prova da tempo, a spiegare come si potrebbe fare, partendo proprio dalla redistribuzione universale e, come direbbe Musk, automatica.
Rinvio per il dettaglio della proposta di un «dividendo universale» e per alcune importanti considerazioni all’intervista che Davide Serafin ha fatto a Massimo Modica (promotore dell’Istituzione del dividendo universale in Italia) (Non avete voglia di lavorare, People 2025, pp. 119-130).
Il punto però il “come”: e il “come” è la politica.
Come si farà a distribuire i proventi se al posto nostro lavoreranno computer e robot che saranno, come ora, di proprietà di qualcuno?
E perché non iniziare subito, dal momento che spesso i promotori così disinteressati, generosi e visionari non pagano che pochissime tasse?
E, se come dice Musk, «we are in it», quali sono le misure che assumiamo per evitare che, come sta accadendo, questa epoca dell’abbondanza, questa età dell’oro non sia riservata a poche persone?
E perché la politica, alla ricerca di se stessa senza trovarsi quasi mai, non si occupa di queste cose prima che precipitino sulle nostre teste?
E perché non automatizziamo anche una quota dei ricavi ottenuti con questi sistemi rivoluzionari per alimentare il fondo di questo reddito universale? Se l’«income» è destinato a essere «high» perché non partire domani?
Mancano solo 5000 giorni, dice Musk. 4999, 4998… bisogna fare in fretta!
Nel Regno Unito qualcosa si muove ma ancora una volta colpisce il ritardo della politica, quella che dovrebbe appunto occuparsi del “come” e possibilmente anticipare anche il “quando”.
Il reddito di cittadinanza (quello vero, diciamo) è sempre stato un argomento tabù, il governo attualmente in carica ha di fatto azzerato anche il reddito minimo (una misura MOLTO diversa) e ha costruito tutta una retorica del «se non sei disponibile a lavorare, non puoi pretendere di essere mantenuto con i soldi di chi lavora ogni giorno» (Giorgia Meloni, all’inizio del 2024, come ci ricorda proprio Davide Serafin).
La progressività fiscale e l’introduzione di una patrimoniale (automatica?) è vissuta come una roba da alieni. Ci sono romanzi che ne parlano, scienziati, e capi del mondo che lo dicono, quand’è che la sinistra democratica lo metterà nel suo programma di governo?
La limousine aveva il pavimento in marmo di Carrara, estratto dalle cave in cui Michelangelo, mezzo millennio prima, aveva sfiorato con la punta del dito la bianca pietra stellata. Guardò Chin, abbandonato sul sedile, perso in divagazioni.
— “Quanti anni hai?”
— “Ventidue. Cosa? Ventidue…”
— “Metti in bocca una gomma e prova a non masticarla. Per uno della tua età, con le tue doti, c’è una sola cosa al mondo degna di interesse professionale e intellettuale. Che cos’è, Michael? L’interazione tra tecnologia e capitale, la loro inseparabilità”.(Don Delillo, Cosmopolis, opportunamente citato da Matteo Pasquinelli)
L’argomento è gigantesco e ci interessa anche per un’altra ragione: perché è collegato al tema del “ritorno alla politica” e “della politica”, anche.
Viene il sospetto che il problema della politica attuale è che non discute di queste cose, a questo livello, cercando le soluzioni all’altezza dei propri compiti. La dura verità è che se ne occupa Musk e ce ne preoccupiamo tutti quanti e però non lo fanno le formazioni politiche, se non in misura marginale e senza affondare il colpo.
È come se di fronte alle grandi questioni, quella su cui la politica si è sempre misurata negli ultimi due secoli, oggi ci si ritraesse.
Le disuguaglianze? Bruttissime ma… Il clima? Troppo complicato e impopolare, pure. La concentrazione delle ricchezze? Cosa volete farci… La guerra? Riarmiamoci e tanto basta.
Se la politica rinuncia a indicare ciò che sta davvero accadendo, a interpretare i cambiamenti della società, a offrirci quell’orizzonte verso il quale le nostre vite e quelli dei nostri figli sono proiettate, che senso ha?
L’impressione è che la politica, quella degli Stati e quella sovranazionale, non si levi sul far del tramonto ma quando è già notte fonda. E che si sia ritagliata un ruolo da osservatrice esterna, per interesse o per incapacità.
E a proposito di benessere – la cui ricerca dovrebbe essere la ragione stessa della politica – queste tecnologie ci possono aiutare a stare meglio, in senso collettivo, a livello sociale? Sembra che la questione non si ponga o, quantomeno, non è affatto sviluppata.
Se ha ragione Musk, e in parte sappiamo che ha ragione, quel benessere a chi andrebbe? E in quale misura? E in fondo, anche, perché? E a proposito di redistribuzione, tornando a cose che conosciamo da anni senza mai intervenire, dove finiscono i soldi di quei megaprofitti?
Estendendo il ragionamento: è normale che Amazon paghi meno tasse, in proporzione, della nostra piccola casa editrice (e sono molte ma molte meno tasse in proporzione)? È normale che esistano paradisi fiscali anche nel bel mezzo dell’Unione europea o degli Stati Uniti? Per non parlare delle condizioni generalizzate di favore per chi dispone di patrimoni cospicui? Prima ancora di suddividerci le ricchezze prodotte dall’AI, rinunciando al risparmio e in prospettiva al lavoro, se vogliamo seguire Karl Musk, cosa facciamo delle palesi ingiustizie e sproporzioni che già conosciamo?
Se il futuro spaventa e angoscia, cosa pensiamo di fare, di stare a guardare? Se abbiamo già tanti elementi per pensare che le cose seguano una determinata tendenza perché non facciamo nulla?
A proposito di disuguaglianze, ciò che si prospetta è un mondo che assomiglia alle peggiori distopie, tipo La macchina del tempo di H. G. Wells (che è stato pubblicato nel 1895) tra Eloj (notare la vaga assonanza con il nome di battesimo del nostro visionario) e Morlock. E non vi vuole nemmeno la macchina del tempo, perché il tempo è arrivato. E sono arrivate anche le macchine.
Ciò ha a che vedere con la struttura stessa della società e anche del mercato – sempre più concentrato in poche mani e, quindi, sempre meno mercato. A chi venderemo le cose che l’intelligenza e la produzione artificiali produrranno, se nessuno avrà più un lavoro e un reddito per poterseli permettere? Non sono domande astruse e se qualcuno cercasse una risposta concreta (il “come”, appunto) qualche voto lo prenderebbe e si potrebbe candidare a guidare il processo. E di farlo per tempo, prima che tutto vada in frantumi.
Non si tratta di interrogativi irrisolvibili (a meno di evitare di affrontarli) ma di questioni politiche. Di una politica che provi a affrontare le sfide di oggi e di domani, perché in questi ultimi decenni il mondo è cambiato, e così la distribuzione della ricchezza, e così la condizione materiale della gran parte dei lavoratori, e la politica – soprattutto in Italia – non si è dotata di nuove modalità di approccio, di nuove soluzioni, di nuovi argomenti. Facciamo politica così, come se non ci fosse l’emergenza climatica, l’intelligenza artificiale, le concentrazioni economiche soverchianti, come se fossimo almeno quarant’anni indietro e potessimo affrontare queste novità clamorose con gli strumenti che avevamo un tempo.
Spesso diciamo che la politica dovrebbe promuovere il cambiamento, in questo caso la politica non li interpreta nemmeno, i cambiamenti. Rimane lì, osservatrice interessata soprattutto a non disturbare. E invece potrebbe, eccome, e dovrebbe. E forse tornerebbe a essere anche un po’ più popolare. E decisiva, insieme. Anche perché se è così impopolare, beh, decisiva non lo può essere affatto.


