Così no (e no e ancora no)
Quando è la campagna referendaria stessa a fare schifo. E paura, anche.
Si dovrebbe votare no – anche e forse soltanto – in ragione della campagna scellerata che hanno condotto i promotori del sì, soprattutto chi occupa le più alte cariche di governo, a cominciare dalla stessa presidente del Consiglio.
Quando alzi i toni, quando le promesse si fanno roboanti e gli argomenti scadono, significa che di argomenti non ne hai molti e che non credi di avere ragioni più o meno solide per sostenerli.
Da una campagna che avrebbe dovuto essere del “massimo” livello, trattandosi di una riforma del testo costituzionale, siamo passati a un elenco di titoli da clickbaiting di giornalacci di quart’ordine (a cui i giornali di prim’ordine della destra hanno dato il loro tradizionale contributo). La magistratura che lascia scappare i delinquenti, i plotoni di esecuzione e la riforma panacea di tutti i mali.
La confusione – va detto – non fa che alimentare quel senso di disagio che già provano gli elettori verso le istituzioni e che allontana sempre di più le persone dalla cosa pubblica. Non è un caso, è una strategia.
Fallacie, contraddizioni, assurdità rappresentano purtroppo chi ci governa da quattro anni. Hanno provato a fare i ragionevoli e i moderati per qualche giorno: non ce l’hanno fatta. Non essendo molto capaci di governare, sono potuti tornare all’opposizione di qualcosa, e non gli è sembrato vero.
L’unico merito di questa campagna referendaria è stato farci conoscere alcuni improbabili personaggi che fanno parte dell’attuale classe dirigente. Altri invero li conoscevamo già, come il presidente del Senato, che dimentico dell’afflato caivanese come tutti i suoi colleghi, ha deciso di accogliere i genitori della famiglia del bosco, assurti a rappresentare tutte le questioni giudiziarie del Paese. Una vergogna.
Molti, come me, avevano deciso di votare no perché la Riforma è banalmente peggiorativa del testo costituzionale e rappresenta quantomeno un pasticcio che può dare adito a qualcosa di ben più pericoloso. Qualcosa di più pericoloso che abbiamo potuto apprezzare nelle ultime settimane.
Gli esponenti di punta della maggioranza hanno dimostrato plasticamente quello che a parole negano: la riforma, dicevano, non vuole essere un intervento autoritario della politica sulla magistratura, a nessun livello. Beh, loro così hanno interpretato la campagna, a tutto campo, fuori fuoco e fuorigioco, permettendosi incursioni e attacchi che fanno pensare a ciò che in cuor loro farebbero. Della magistratura e non solo.
Per il resto mi affido a una pagina di Un capibara entra in un bar di Gabriele Palumbo, dedicata al Ministro della Reputazione (People 2025, pp. 132-133) su come si è ridotta buona parte della politica:
Una volta avevo delle idee. All’inizio. Quando sono entrato in questo bordello. Avevo un progetto. Volevo costruire parchi pubblici. Parchi veri, con alberi, prati, giochi. Credevo, nella mia idiozia, che la bellezza potesse rendere le persone migliori. Era la mia convinzione. Il mio primo sogno.
L’ho portato in un focus group. Un gruppo di dodici “rappresentativi del Paese”, chiusi in una stanza con dei tramezzini, a guardarmi da dietro uno specchio. Ho parlato per un’ora. Ho parlato con il cuore in mano. Ho parlato del verde, del respiro, della comunità.
Poi li ho ascoltati.
«Noioso.»
«Chi se ne frega dei parchi, le strade sono piene di buche.»
«Sembra debole.»
«Parla come un professore.»
[…]
Ogni parola era un bisturi che mi scuoiava vivo. Ho sentito il mio sogno, fatto di alberi e speranza, che veniva strappato via, un pezzo alla volta. È stato… grottesco. Alla fine di quell’ora, ero un ammasso di carne viva e sanguinante. Il mio consulente, un ragazzino con gli occhi da rettile, mi ha messo una mano sulla spalla. «Visto?» mi ha detto. «La realtà non è quella che pensi tu. È quella che pensano loro. E loro di solito sono un gruppo di uomini bianchi con il papillon.» Mi ha mostrato un altro grafico. «Se invece della parola “parchi” usi la parola “sicurezza”, il gradimento sale di 30 punti. Se invece di “bellezza” parli di “lavoro”, sale di 40. Se prometti di abbassare una tassa, una qualsiasi, sale di 50.»
Ho sentito morire la mia convinzione, la mia stupida idea sui parchi, sulla felicità pubblica, sulla politica come servizio, come un organo che smette di battere. E ho fatto una scelta. Ho scelto il grafico. Ho ucciso il sogno vero e ho iniziato a tessere ciò che indosso ora. Un sogno fatto di sondaggi, di parole chiave, di sorrisi strategici. Non prova nulla, ma piace a tutti.
È stata una mutilazione. Un suicidio. E il giorno dopo sono rinato come un mostro. Vuoto, ma con un gradimento altissimo. Il mio lavoro è ascoltare l’eco e fingere di essere la voce, imitare il mondo per farlo accettare. La politica non è più l’arte del possibile, ma l’arte del percepito.
Ecco, sarà un no molteplice: un “no” al merito della riforma, un “no” alle riforme costituzionali a colpi di maggioranza e un “no” a questa politica, che fa sempre più schifo. E paura, anche.
Buon voto a tutte e tutti.


Salve Civati, vorrei sapere se il nuovo pm previsto dalla legge chiederà mai l'assoluzione dell'imputato o sempre e solo la condanna? Quanto dureranno i processi se il pm chiederà sempre e solo la condanna? Non si concluderanno mai al primo grado di giudizio con un aggravio di dolore e costi per gli innocenti tra la gente comune e sarà un affare solo per gli avvocati. Forse sarà per questo che la sostengono... Grazie. Giovanni Ferraro
quando si vota, è sempre un atto politico. Non esiste il merito nella società, figurarsi il merito della questione. Inutile chiederci se il mondo cambierà con la riforma: i più fasci più in doppiopetto che avevamo già governano e la situazione non collasserà in uno wormhole in cui torneremo al passo dell’oca, se vincesse il SI. Ma altrettanto ovviamente se siamo stati un paese democratico fino ad oggi, non vedo perché dovremmo regredire in uno scenario da far west cinematografico se la costituzione rimanesse la stessa.